|
|
 |
 |
 |
 |
curiosita
|
Alcuni modi x cucinare un..........Fagiano
|
Primo modo. Ingredienti per 4 persone: 1 fagiano di circa gr. 900 - sale - pepe - aromi per arrosto - mollica di pane raffermo - 50 gr di burro - 8 fette di pancetta affumicata - 4 rotelle di burro alla "maitre d'hotel". Sventrate e fiammeggiate il fagiano; apritelo sul dorso e appiattitelo leggermente con la mano; salatelo, pepatelo, insaporitelo con una presa di aromi per arrosto; cospargetelo con abbondante mollica di pane grattugiata ed irroratelo con il burro fuso. Adagiatelo sulla griglia ben calda e fatelo cuocere a calore moderato, girandolo spesso e spennellandolo di tanto in tanto con il burro fuso. Quando il fagiano sara' quasi pronto (occorreranno circa 40 minuti di cottura), fate tostare su un'altra graticola le fette di pancetta; scaldate il piatto di servizio, ponetevi il burro alla maitre d'hotel e disponetevi il fagiano, coprendolo accuratamente con le fette di pancetta. Secondo modo. Il Fagiano a modo di chi lo sa fare. Ingredienti per 4 persone: 1 fagiano ben frollato - 200 g di pancetta magra - 2 rami maggiorana fresca - 1 ramo timo fresco - pepe nero e sale q.b. - olio di oliva - il succo di un limone - la mollica di un panino - 100 ml di succo di melograno - i chicchi di un melograno. Dopo aver ben pulito il fagiano, farciscilo con un battuto di pancetta, con la mollica messa a mollo in un po' di vino bianco e ben strizzata, col sale, col pepe e con le erbe odorose. Ricopri il fagiano con la pancetta e lega bene la bardatura. Metti ora il fagiano in una teglia leggermente unta di olio e fallo cuocere in forno per circa 40 minuti a 180 gradi. Quando la pancetta è bella dorata, togli il fagiano dal forno, spoglialo della bardatura, taglialo in quattro pezzi e tienilo al caldo. Nella stessa teglia fai soffriggere per pochi minuti nel sugo di cottura, a fuoco molto basso, il ripieno e la pancetta della bardatura tritata finemente; aggiungi il sugo di melograno e passa la salsa al colino. Per ultimo versa il succo di un limone e lo fai sobbollire, mescolando sempre, fino a quando la salsina si è addensata. Versa un po' di questa salsa sul fagiano, aggiungi i chicchi di melograno e servilo caldo con a parte la salsa avanzata ben calda.
|
|


|
Nach oben
|
Meglio il brodo fresco o il dado?
|
Sapete cari amici di questo mio caro sito che anche io ho fatto stage pubblicitario per una grande potenza alimentare.il discorso viene ridotto a poche parole chiare,le case che producono un prodotto hanno bisogno di divulgarne il nome x poterlo vendere,si affidano a delle persone del ramo,(forse più ritenute credibili) ma..........una cosa ritengo certa,non potrebbe compettere un semplice dado(a base di glutamato monosodico) con un prodotto naturale che non modifichi gli aspetti conosciuti,è certamente un esaltatore di sapore,ma mai dico mai potrebbe ricompensare quel gusto che la naturalezza potrebbe avere,sì anche ad un economia di forza lavoro.Ormai quasi tutti usano questi preparati x ridurre le spese di manodopera che altrimenti sarebbe costretto ad avere.Le grandi brigate di cucina sono in parte eliminate,la docenza elementare viene sacrificata in parte di prodotti di elementare supporto (il risultato non potrebbe mai essere lo stesso)lo compensa sì ma no,no,no non è lo stesso
|
|


|
Nach oben
|
Il peperoncino
|
Anzitutto premetto che il peperoncino èè una pianta originaria del centro america questa pianta che dà i frutti della lunghezza di circa 1 Cm,estremamente piccanti,il suo colore dal rosso fuoco al rosso cupo nel mercato ormai si possono trovare tantissime specie (circa 160)ma ciò che occorre sapere è La derivazione è sempre quella del cosidetto Chili Pequins che secco e macinato dà il nome al pepe del Caienna. Il peperoncino ormai nasce in diverse forme,con diversi colori,con diversi gusti.ma si tratta quasi sempre di diversi incroci,li trovi verdi,rossi,gialli e colorati. Tutta la cucina mediterranea dà ampio spazio a questa bacca, il peperoncino viene usato in particolare x diverse marinate,x salse piccanti,x tantissime specialità marinare e x dare gusto a determinate varianti di paste,quello verde invece si addatta benissimo sulle insalate poi i cosidetti Peperoni(Paprica)alla quale diverse specialità regionali ne fanno abbondante consumo Il peperoncino è anche una composizione base del Curry indiano,il peperone è la composizione assoluta della paprica
|
Nach oben
|
Il Pane in Sardegna
|
Il pane al pari della pasta, è il perno dell'alimentazione sarda. A conferma di tale ruolo si segnalano ovunque nell'isola produzioni industriali ed artigianali. Ma nell'isola il pane assume anche un forte valore simbolico essendo di volta in volta, a seconda delle diverse circostanze della vita, espressione di festa o di augurio. Ci sono i pani delle occasioni speciali, coi quali si entra nel vivo del più autentico folclore, naturalmente non si trovano in commercio, ma sono prodotti che ogni famiglia riproduce con geloso amore dalle usanze antiche. Tra i pani sardi più conosciuti al di fuori dell'isola possiamo ricordare il pane carasau, chiamato dai forestieri carta da musica. Costituito da sottilissime sfoglie circolari croccanti, riesce a conservarsi inalterato per lungo tempo. Questo pane accompagnava il pastore durante la transumanza. Curioso osservare che se accompagnato con pomodoro e uova il pane diventa una specialità chiamata pane frattau. In commercio lo stesso pane condito con olio e sale è chiamato pane guttiau. Altro pane conosciuto fuori dall'isola il civraxiu. E' un pane a grande forma rotonda, con crosta croccante e mollica morbida.Ottimo gustarlo dopo che ha raccolto i sughi del maialetto o dell'agnello arrosto. Da ricordare inoltre su coccoi, che nella zona del Campidano esiste nella versione di farina pregiata e in quello di semola; è un pane molto ricercato oltre che per il sapore anche per l'aspetto che cambia da zona a zona; su moddizzosu pane di forma circolare e di grande morbidezza, adattissimo per la raccolta del companatico, ovvero del formaggio e degli insaccati; le spianadas, pane di forma circolare, morbido e facile da trasportare.
|
Nach oben
|
Il riccio di mare
|
Il modo migliore per gustare le uova di riccio (è questa la parte edibile dei ricci) è quello di mangiarle crude, semplicemente con il pane e una goccia di limone. Oppure si utilizzano per condire gli spaghetti unendole ad un soffritto di olio e aglio. Questo nel caso dei ricci freschi. Per le uova conservate, direi che può utilizzarle soltanto nel secondo modo. Per 4 persone: 350 g di spaghettini; uova di riccio; 2 spicchi d‚aglio; 2 o 3 cucchiai d‚olio extravergine d‚oliva; peperoncino; prezzemolo; sale Spellate gli spicchi d‚aglio, schiacciateli e fateli imbiondire dolcemente nell'olio insieme a pochissimo peperoncino. Quando mancano due minuti alla cottura degli spaghettini, unite al soffritto le uova di riccio e lasciateli cuocere a fuoco dolcissimo per un minuto: dovranno solo scaldarsi. Scolate la pasta al dente, conditela con il sughetto di ricci e servitela caldissima spolverata con del prezzemolo tritato.
|
Nach oben
|
Scultura di pasta
|
asta al Sale 1000 g.Sale 1000 g.Farina 200 g.Zucchero a velo Acqua q.b. Impastare insieme.È ideale per alzate e soggetti di lunga durata Pasta morta 500 g. di Farina bianca 300 g. di Semola 100 g. di Maizena 100 g. di Zucchero a velo 2 Uova 20 g. Olio di semi Acqua q.b. Mescolate tutto insieme.Questa pasta è ideale per preparazioni piccole e sottili da collocare su piatti da buffet Pasta all`Aceto 1000 g. di Farina bianca 70 g. di Olio di semi 150 g. di Aceto bianco 1 Uovo Acqua q.b. Impastate insieme e lasciate riposare per 30 minuti.Questa pasta è ideale per rivestire soggetti e preparare decorazioni che durano per lunghi periodi. Sale per Alzate di Sale 1000 g. di Sale fino 1000 g. di Sale grosso Acqua q.b. Mescolate tutto insieme sino ad ottenere un Sale abbastanza umido,mettete in forma e lasciate asciugare per una notte in stufa a40°C. Pasta da decoro 1000 g. di Farina bianca 40 g. di Sale 300 g. di materia grassa 100 g. di Glucosio 100 g. di Acqua tiepida 50 g. di rossi di Uovo 100 g. di Acqua fredda Impastate tutto progressivamente.Questa pasta viene usata per confezionare decori e soggetti anche da applicare a prodotti di consumazione. Crosta di Sale 1200 g. di Farina bianca 500 g. di Sale fino 100 g. di Albumi 100 g. di Uova intere 30 g. di Olio di Olive Acqua q.b. Impastate tutto insieme e lasciate riposare prima dell`uso.Questa pasta serve per ricoprire Prosciutti,Cosciotti e simili da servire in crosta
|
Nach oben
|
La scultura in burro
|
La scultura in Burro ha sempre ricoperto un ruolo di primo piano nella decorazione die buffet. In passato,oltre che come decorazioni da tavolo,questo tipo di sculture venivano impiegate come supporti e contenitori di pietanze,come testimoniano le immagini sontuose ricavate dai testi antichi.Tuttavia erano dei veri scultori ad occuparsene,e così anche per la necessità di diminuire i costi,all'inizio del 900 si assiste ad un progressivo ridimensionamento delle prestazioni.In particolare,dopo la 2° guerra mondiale,le grandi brigate di cucina andarono sparendo,e gli chef dovettero affrontare da soli il compito di realizzare le decorazioni. Oggi l`uso di nuovi materiali ha validamente compensato l`attuale carenza di tempo e di personale,com``e avvenuto con l`impiego del polistirolo,che ha consentito di eliminare la complicata intelaiatura interna di ferro e garze.Inoltre,con l`aiuto di speciali proietori (Episcopi) si possono facilmente ricavare dei soggetti ben proporzionati,da ricoprire poi con burro o margarina.Queste innovazioni permettono die tempi di realizzazione veloci e con dei risultati sorprendenti. Oltretutto,essendo veloci da preparare,le decorazioni di oggi si riproducono abbastanza spesso,evitando i lunghi periodi di conservazione delle vecchie preparazioni ricche di grasso,spesso poco igieniche. Il segno più evidente del cambiamento nel modo di decorare è comunque,il diverso ruolo assunto dalla decorazione stessa:non più contenitore o supporto di pietanze,ma vero e propri pezzo artistico,esterno alle pietanze.
|
Nach oben
|
La storia del pesto alla Genovese
|
Nonostante si sia affermato nei primi decenni del Novecento, il pesto ha origini antiche. C'è chi lo fa risalire all'epoca romana, per una sua indubbia somiglianza col moretum, preparato con aglio, coriandolo, ruta, prezzemolo e formaggio secco pestati; manca però l'olio. Ricercando nelle cucine "degli altri" si trova in Provenza il pistou, a base di basilico, olio, aglio e formaggio, forse il parente più prossimo del pesto genovese. Altro lontano cugino è il mataroccu siciliano, una salsa tipica della zona di Marsala, lavorata nel mortaio e che si usa per condire gli spaghetti; viene preparata con gli stessi ingredienti del pesto, più foglie di prezzemolo e di sedano, pezzetti di pomodoro e pepe. Pesto alla Siciliana È meglio parlare di pesti siciliani: le alternative, tutte gustosissime, del pesto tout-court: cioè quello ligure.Quasi tutti i pesti siciliani sono nati recentemente, dall'esigenza - forse - di proporre cibi pronti, in linea con il nuovo stile di vita "mordi e fuggi", oppure per trasformare in prelibatezze e mettere sotto vetro tutto quel ben di Dio che gli orti di Sicilia producono. Queste salse, paté creme salate vegetali sono una mano santa in estate, quando per pigrizia o per il caldo non si ha più voglia di accendere il fornello e si preferiscono condimenti freddi: da spalmare su pane e per condire una pasta al piatto. Abbiamo detto pesti, al plurale. Infatti, ce ne sono diversi. C'è il pesto di pistacchi, delizioso, e quello sfiziosissimo di pomodori essiccati, chiamato da qualcuno "pesto mediterraneo". C'è quello di finocchietti, con tutta la fragranza che questa essenza acquista se cresciuta nella terra e sotto il sole di Sicilia. C'è quello cosiddetto delle Lipari, dove a una base di mandorle granellate, pomodoro maturo frullato, una piccola forza d'aglio e olio extravergine d'oliva si aggiunge la fresca suggestione di qualche foglia di menta: altra delizia. Di pesti trapanesi, poi, ce ne sono diversi, almeno tre: una versione con tantissimo aglio,e poi mandorle granellate, basilico, aglio, pomodori freschi tagliuzzati e olio extravergine; un'altra simile,ma con un'idea di aglio e in più pinoli, prezzemolo, formaggio pecorino non stagionato; infine la terza, più semplice, con basilico, pomodoro, mandorle, olio, aglio e peperoncino. Infine, citiamo quello che è chiamato da alcuni produttori "pesto siciliano", così, senza altre specifiche, un composto di basilico, prezzemolo, aglio, olio e peperoncino
|
Nach oben
|
Il pastaio: un po' alchimista e un po' meteorologo
|
In alcune vecchie cartoline napoletane e in antiche foto Alinari di inizio secolo si vedono i lunghi vermicelli di pasta ciondolanti sulle canne ad asciugare al sole, come il bucato. Ancora non esistevano le celle di essiccazione moderne riscaldate meccanicamente che affrancarono dalle condizioni atmosferiche. La pioggia, il vento, ma anche il caldo troppo arido erano la spada di Damocle sulla testa del povero pastaio che doveva inventarsele di tutti i colori per intuire e prevenire le variazioni di umidità e di temperatura. All'epoca fare la pasta era una vera e propria arte, l'"arte bianca" appunto, come viene ancora chiamata in quella zona vocata intorno Napoli comprendente Torre Annunziata, Gragnano e Torre del Greco, punteggiate tuttora da pastifici industriali e artigianali. Un'arte che cominciava dalla scelta del posto giusto, possibilmente vicino a un porto per l'attracco dei velieri mercantili (per l'approvvigionamento di grano duro che veniva da fuori e per esportare il prodotto finito) ed esposto alle periodiche alternanze delle brezze di mare e di terra: le prime calde e umide, le seconde fredde e asciutte. Un luogo che doveva essere riparato ma non chiuso, soleggiato ma con momenti d'ombra, asciutto ma non arido, e dove le brezze arrivassero morbide ma non spente. "I maccheroni si fanno con lo scirocco e si asciugano con la tramontana", si diceva una volta, anche quando si passò all'essiccazione in grandi stanzoni chiusi. Certo, bisognava - come oggi del resto - conoscere i grani duri e distinguere quelli più adatti alla pastificazione, saper fare l'impasto, essere abili nella trafilatura. Ma la vera prova del nove del pastaio era la capacità di intuire i capricci del tempo con anticipo di ore: il quid in più che distingueva il fabbricante di pasta dall'artista. Un po' alchimista e un po' meteorologo, il pastaio poteva ritenersi soddisfatto quando usciva vittorioso dal suo braccetto di ferro con gli elementi naturali. Quando la pasta, perfetta, maturata in modo omogeneo, non dura fuori e con l'anima interna non umida ma asciugata insieme al corpo intero del formato, si preparava ad essere impacchettata: in cartocci di carta azzurrina nel centro-sud dell'Italia, color paglia nel nord.
|
Nach oben
|
Il Pomodoro,la sua storia
|
LA STORIA DEL RE DELL'ORTO - IL POMODORO Il pomodoro è una pianta orticola della famiglia delle solanacee (Lycopersicon esculentum) che può raggiungere l'altezza di 2 metri se accuratamente sostenuta. Il suo frutto, protagonista in prima linea all'interno della gastronomia italiana, è largamente diffuso in tutto il mondo per il suo apprezzabile gusto oltre che per le sue importanti proprietà nutrizionali. Infatti, il pomodoro in ogni sua varietà è ricco di fibre e vitamine quali la A, C, B1, B2, K, P e PP. Da dove viene il pomodoro? La pianta è originaria del Cile e dell'Ecuador dove, per effetto del clima tropicale, offre i suoi frutti tutto l'anno. Della sua coltivazione abbiamo chiare testimonianze già in epoca precolombiana sia in Messico che in Perù. Come è giunto in Europa? Originario dell'America Latina, il viaggio transoceanico di questo ingrediente è stato lungo, burrascoso e avvolto anche di mistero. Furono gli Spagnoli durante la prima metà del ‘500 a importare questa pianta, ma inizialmente il suo utilizzo fu esclusivamente ornamentale. Addirittura il frutto era ritenuto velenoso per il suo alto contenuto di solanina, sostanza considerata all'epoca dannosa per l'organismo. Proprio un erborista italiano, Pietro Matthioli , nel 1544 la classificò fra le specie velenose, anche se ammise di aver sentito voci secondo le quali in alcune regioni il suo frutto veniva mangiato fritto nell'olio. Ma al pomodoro venivano al contempo attribuiti misteriosi poteri afrodisiaci e, per tale motivo, veniva impiegato dagli alchimisti in diverse pozioni e filtri magici. Aneddoti e testimonianze storiche ricordano che in Francia era usanza per gli uomini offrire piantine di pomodoro alle dame, come atto d'amor gentile e che nel 1640 la nobiltà di Tolone omaggiò il cardinale Richelieu di quattro rigogliose piante di pomodoro. Il suo successo estetico fu tale che la coltivazione partendo dalla Spagna, e passando per il Marocco, si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo, trovando un clima adatto per il suo sviluppo soprattutto in Italia, in particolare nella regione dell'agro nocerino-sarnese, tra Napoli e Salerno. Quale è l'origine del suo nome? Subito dopo l'importazione, in Europa si divulgò tra gli alchimisti dell'epoca la convinzione dei poteri afrodisiaci del pomodoro. Ciò ci porta a fare una prima considerazione sulla probabile origine del suo nome. Infatti, nomi come love apple in inglese, pomme d'amour in francese, Libesapfel in tedesco e pomo (o mela) d'oro in italiano, fanno tutti esplicito riferimento all'arte amatoria. Diversamente altre fonti fanno risalire il nome ad una storpiatura dell'espressione pomo dei Mori, giacché il pomodoro appartiene alla famiglia delle solanacee, al pari della melanzana, ortaggio preferito da tutto il mondo arabo. Ai giorni nostri, con l'eccezione dell'italiano, le vecchie espressioni, precedentemente citate, sono state tutte sostituite da derivazioni dell'originario termine azteco ‘tomatl'. In questo caso, il nome è frutto di un errore. Infatti, la pianta che fu importata in Europa era chiamata dagli Aztechi ‘xitomatl', che significa grande tomatl. La tomatl era un'altra pianta, simile al pomodoro, ma più piccola e con i frutti di colore verde-giallo (chiamata oggi Tomatillo e impiegata nella cucina centro-americana). Furono quindi gli Spagnoli che chiamando entrambe i frutti ‘tomate' diedero origine ai nomi moderni nelle lingue europee. Come è arrivato sulle nostre tavole? Ricostruzione ancora più complessa è quella su come e dove, nell'Europa barocca, questo frutto esotico ornamentale, accompagnato da una ricca serie di credenze e dicerie popolari, comparve sulla tavola di qualche coraggioso (oppure affamato) contadino. Infatti, anche gli stessi indigeni del Perù, primi coltivatori del pomodoro, usavano il frutto solo a scopo ornamentale. Le prime sporadiche segnalazioni di impiego come alimento commestibile, fresco o spremuto e bollito per farne un sugo, si registrano in varie regioni dell'Europa meridionale del XVII secolo. Verso la fine del Settecento la coltivazione a scopo alimentare del pomodoro conobbe un forte impulso in Europa, principalmente in Francia e nell'Italia meridionale. Ma mentre in Francia il pomodoro veniva consumato soltanto alla corte dei re, a Napoli si diffuse rapidamente tra la popolazione più umile. Nel 1762 ne furono definite le tecniche di conservazione in seguito agli studi di Lazzaro Spallanzani che, per primo, notò come gli estratti fatti bollire e posti in contenitori chiusi non si alterassero. In seguito, nel 1809, un cuoco parigino, Nicolas Appert, pubblicò l'opera L'art de conserver les substances alimentaires d'origine animale et végétale pour pleusieurs années, dove fra gli altri alimenti era citato anche il pomodoro. Nelle Americhe il passaggio fu più lento, essendo molto ben radicata la convinzione della sua tossicità. Nel 1820, il colonnello statunitense Robert Gibbon Johnson decise di mangiare, provocatoriamente, davanti ad una folla un pomodoro, dimostrando di non subire alcuna disastrosa conseguenza. Addirittura, si narra, che alcuni avversari politici di Abrahm Lincoln convinsero il suo cuoco a preparare una pietanza a base di pomodoro per avvelenarlo. Dopo la cena la congiura fu scoperta, e l'episodio contribuì addirittura a rendere molto popolare il pomodoro, poiché Lincoln ne divenne un appassionato consumatore. Nel 1819, il grande cuoco napoletano di corte Vincenzo Corrado pubblica Il Cuoco Galante, dove sono descritte molte ricette con pomodori farciti e poi fritti: “Per servirli bisogna prima rotolarli su le braci o, per poco, metterli nell'acqua bollente per toglierli la pelle. Se li tolgono i semi o dividendoli per metà, o pure facendoli una buca.” (Il cuoco galante, 1773 Napoli, prima ed.) Finalmente nel 1839, il napoletano Don Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino, codificando quello che presumibilmente era diventata nel popolino un'usanza alquanto diffusa, nella seconda edizione della sua Cucina Teorico Pratica propose di condire la pasta col pomodoro e illustrò la prima ricetta del ragù. Da lì il pomodoro divenne uno degli ingredienti con i quali far sbizzarrire la fantasia e il gusto, dando vita all'innumerevole utilizzo che tutt'oggi manteniamo quale caposaldo della nostra alimentazione. Addirittura la scrittrice Matilde Serao (1856-1927), commettendo un anacronismo, attribuisce ad un mago del ‘200 la ricetta dei maccheroni con il pomodoro. Non possiamo che commentare che gli abbinamenti tra il sugo di pomodoro e la pasta, la pizza e le altre conosciute specialità sembrano veramente essere nate grazie a delle intuizioni che hanno molto di magico. Questa ben riuscita avventura del pomodoro ha reso e renderà felici non solo generazioni di italiani, ma tutti coloro che amano e apprezzano la buona cucina in tutto il mondo! Spero che questa piccola parte del carambolesco viaggio compiuto dal pomodoro per giungere sino alle nostre cucine sia stata per voi una lettura interessante. A seguire vi propongo alcune mie ricette semplici e sfiziose nelle quali potrete impiegare al meglio questo straordinario prodotto, capace di liberare e soddisfare la fantasia di ogni cuoco. Buona Lettura e Buona Cucina a Tutti!
|
Nach oben
|
|
 |